Critiche/Reviews

CLAUDIO CAPOTONDI

Antologia Critica
(in ordine cronologico)


 

Giuseppe Cordoni
2012

NEL PALPITO VITALE DELLA SFERA
Resistenza della pietra e conquista della forma nella scultura di Claudio Capotondi

Ecco, allora, incentrarsi sulla sfera il plastico sviluppo ininterrotto d’un medesimo tema con variazioni. Ma, conviene ripeterlo, non certamente per inseguire un mero gioco astratto. Essendo, come vedremo in seguito, ben più articolate e profonde le radici da cui Capotondi attinge questa intuizione generativa dell’intero suo linguaggio. Sono ragioni che ubbidiscono ad un’intima urgenza d’armonia. Perché, a differenza di quanto è accaduto in molta parte dell’arte contemporanea, Capotondi non ha mai abdicato all’evidenza tragica del male. Non si è arreso all’acquiescenza del brutto dilagante (ambientale, etico, estetico), tantomeno alla visione che ci condannerebbe ad un’arte in cui è proprio l’idea stessa di Bellezza a sottostare alla sua débâcle definitiva. Anzi, non ha rinunciato a quella scommessa fondamentale che, invece, continua ad individuare nell’arte una delle vie maestre verso l’epifania d’una Bellezza che medica la coscienza dalle insidie male e dal dolore …

… Sì, contemplare la dimensione dello spazio-tempo, meditarne l’inscindibile relazione e l’infinito dinamismo costituisce senz’altro il pregio determinante di un’arte come questa di Capotondi. Come pochi altri, infatti, egli ha sofferto quale sia il rovello che agita ogni vero scultore dinnanzi al blocco. Combattuto com’egli è far fra l’immane resistenza della pietra e l’invenzione senza vincoli della mente…
… Ogni materia nasce e consiste solo mediante una forza, quella che porta le particelle atomiche a vibrare (a palpitare: l’aggiunta è mia) e che le tiene insieme come il più minuscolo sistema solare”. Ed anche lo scultore Capotondi sembra saperlo da sempre come ogni mole del tempo fatto pietra aspiri via via in sé comunque ad un stadio di più limpida compiutezza…

Portaroma … Qualcosa d’assolutamente inedito nella scultura attuale, per audacia compositiva ed impatto simbolico. Dove persino lo stesso colore dei materiali contribuisce a suggerirti questo prodigio del sollevarsi, espandersi e abbracciarsi. Quale forza promana dai pilastri grigiorosa di travertino e quale levità dal bianco del marmo della volta. …Solenne architettura questa di Portaroma, che nella sua francescana essenzialità riabilita pienamente il vigore semantico della pietra, rispetto all’amorfa e atemporale freddezza del cemento e del vetro.


 

Nicola Micieli

2005

…Perché per Capotondi è una sorta di nascita, o di liberazione, la scultura. Avendola concepita e gestita, con lo spirito dell’artifex, nel senso antico, egli le presta anche la propria assistenza “ostetrica”, da maieutico che sa la fatica, e la delicatezza, del far venire alla luce un organismo enucleato e maturato nel profondo: nell’utero della terra che contiene la pietra; nell’utero della pietra che contiene la forma; nell’utero della forma che contiene l’idea. Della quale la forma solo parzialmente può restituire il fulgore…
…Dico dell’uomo, che ancora ragazzo scelse di diventare scultore perché nella scultura sapeva di potersi riconoscere intero; e dico dell’artista al quale si deve un considerevole contributo alla ricerca scultorea italiana del Secondo Novecento, nel variegato versante che dalla matrice informale a forte connotazione organica, defluisce in un’astrazione simbolica nella quale la natura e la cultura, il biomorfico e il geometrico, l’arcaico e il futuribile variamente si incrociano e si combinano…
…Conta, dunque, la navigazione, e il sogno che la innesca, la tensione che la governa. La scultura è come un diario di bordo nelle cui pagine lapidee compaiono gli approdi auspicati, le rotte tenute, le diversioni di percorso, le condizioni dei cicli sereni o tempestosi, e il flusso dei pensieri, e gli istogrammi delle emozioni. Una scrittura composta di strutture, di forme, di segni che solo la mano dell’artista ha potuto imprimere con l’autenticità di chi racconta la propria sostanza umana nell’opera…
…Nel granito, nel basalto, nel porfido, per la loro durezza, meglio si esprime, anzi si esalta, il desiderio di Capotondi di misurarsi con la materia formulando ipotesi plastiche al limite delle possibilità di risoluzione, e in ogni caso molto impegnative sul piano concreto della fatica fisica più volte ricordata, nonostante il non indifferente ausilio dell’attrezzatura moderna…

2005 (“Al verso e al contro” catalogo mostra Palazzo Mediceo, Seravezza)


 

Guglielmo Gigliotti

2002

…Sono quarantanni che Claudio Capotondi nasce e rinasce nelle sue sculture, che enuclea semi plastici in tensione vitale, espansiva e germogliante. Il mistero della genesi s’accompagna in lui alla stupefazione per il suo instancabile riprodursi, al di là del tempo, al di là della stessa scultura. Prima della scultura-cultura c’è infatti il sentimento di un’entità sorgiva ed energetica che spinge, preme e pulsa, e di quando in quando emette forme anonime, fin quando noi non le conferiamo nome e senso, ma solo per necessità…
… Innercore è sfera che si dischiude, colta nell’attimo di infrangere costrizioni,” legami, pareti, è sfera che si sta spaccando. La sfera è dunque emblema di quella vita che nasce da una frattura, da una ferita, da un dramma. Nasce la forma ma muore il guscio che la conteneva, che a sua volta era forma, materia, madre. È su questa soglia precaria del trapasso di essenze, che confonde la vita con la morte, che Capotondi si colloca per cogliere lo stato puro di quell’empito che ci ha generato e che continua a farlo. È molto importante, a mio avviso, capire che Capotondi non colloca solo le sue sculture in quello stato inclassificabile in termini dualistici di essere e non essere, ma, appunto, colloca in prima istanza se stesso. Il rituale scultoreo, per il tarquiniese, è spettacolare confessione, plastica autobiografia, petrosa autoindagine di una dimensione ineffabile che la mente non può vagliare, ma la scultura, l’arte, sì…

2002 (catalogo mostra Galleria Comunale di Arte Moderna, Tarquinia)


 

Guglielmo Gigliotti

2001

…Collocata nell’area di servizio adiacente la corsia dell’autostrada Al, poco oltre l’uscita del casello RomaNord, e inaugurata il 29 ottobre 2000, PortaRoma è costituita da due spalle ciclopiche in travertino Sabino, sorreggenti due monoliti di marmo di Carrara di 35 tonnellate ciascuno, a composizione arcuata, che si sostengono reciprocamente per solo contatto e mutuo contrasto di spinta. Non c’è chiave di volta che regoli lo scaricamento della spinta o armature interne che trattengano il tutto, ma solo lo sfruttamento della nuda forza di gravita e dell’effetto incastro: un’impresa mai tentata finora…
…Nell’ottica di Claudio Capotondi, una porta non poteva essere solo una porta. Doveva rappresentare un estremo di sforzo fisico, un luogo della messa in scena di un dramma, per quanto elementarmente configurato. Drammatico e vibrante è sempre stato il suo rapporto con la scultura, quel suo voler intervenire direttamente sulle opere, con grande fatica, a partire dalla sbozzatura, e con pochi e marginali aiuti esterni. Sulla scorta di un’identificazione della scultura – e dello scolpire – con l’uomo e del fare con l’essere, Capotondi, con la sua impresa megalitica, porta all’estremo le capacità della scultura e della statica, ma anche quelle dello sforzo umano, del sognare per tonnellate di pietre auto-reggentisi…

2001 (“Il portale come scultura” Terzoocchio, rivista ed. Bora Bora, settembre)


 

Mario Lunetta

2000

Per Claudio Capotondi la scultura e sempre stata il punto d’intersezione tra la sapienza dell’artificio e le dinamiche profonde della natura…
…Capotondi, scultore severissimo, mantiene in realtà nelle sue opere macro e micro (e, magari, più accentuatamente in queste ultime) una specie di felice adesione al fluire della materia vitale, all’infinito pro-porsi fenomenico della natura snaturata, al mistero metamorfico delle volumetrie biologiche. adesione, ho detto: non ingenuo e subalterno ottimismo. la stessa conflittualità interna della scultura capotondiana sta lì a smentire una lettura del genere ; e davvero, l’energia dell’artista è talmente ricca, complessa e positivamente contraddittoria, da fornire essa stessa una chiave di lettura – del suo proprio senso formale, e del suo rapporto col mondo – tutt’altro che consolatoria o candidamente esaltata. questa plastica non conosce elegia: conosce soltanto, ed è già moltissimo, la violenza dell’esistere nella materia e nella storia; e insieme (e contro) la bellezza del formare, malgrado tutto, malgrado gli orrori e il rumore sordo del tempo: per un altro tempo, un altro silenzio nutrito di utopia… …marmo e travertino: ovverosia la potenza luminosa del bianco contro lo sfondo dolcemente cromatizzato del paesaggio centroitaliano. una porta megalitica a spalle ciclopiche che su di esse innalza un arco che ha la leggerezza di un nastro molle. la sicurezza della staticità unita all’eleganza dello slancio ondulato. un’opera che nega qualsiasi monumentalità celebrativa in pro di un’invenzione plastico-architettonica che si da come astrazione di straordinario potere figurale.
Portaroma appare, insomma, quasi l’esito naturale di una tradizione millenaria di archi di natura pratica e di natura celebrativa: e la rinverdisce eliminandone la convenzione grazie alla semplicità implacabile della sua forma, insieme ossificata e mobile…

2000 (“In corso d’opera” volume PortaRoma edizioni Curci)


 

Nicola Micieli

1996

…penso inoltre all’attenzione che Capotondi ha posto, e pone, al fraseggio delle componenti morfologiche e sintattiche relative sia alle singole parti sia all’insieme del corpo scultoreo, giustamente considerandole aspetti importanti sul piano estetico e tratti distintivi della personalità creativa. Di fatto, per la sua sensibilità al dato linguistico, Capotondi ha conquistato un proprio posto nel difficile versante italiano della scultura che va dal biomorfismo alle strutture simboliche, primarie o composite che siano, avendo saputo coniugare l’immanenza della radice culturale arcaica e la trascendenza dello spirito che anela all’assoluto della forma…
…Un’ulteriore connotazione antropica la si desume dall’articolazione degli impianti e, in senso più generale, dalla topografìa interna del corpo scultoreo, che è un traslato della psiche. Specie quando si presenta come un’immane macchina illusionista, un congegno labirintico in cui il reale e il virtuale si fondono in una sorta di mirabolante architettura plastica governata dal paradosso prospettico e dal principio della continuità spaziale, collocabile tra Moebius, Escher e Max Bill. Il teatro scultoreo diviene allora uno specchio visionario che attraverso oblò, diaframmi, spaccati o sezioni longitudinali, come per un gioco di scatole cinesi, consente allo sguardo di intuire universi ulteriori a quelli resi visibili dalla probità dell’artefice. Il quale giunge a “spogliarla” la propria scultura, a metterne a nudo gli strati nell’intenzione di celebrarne il mistero svelandone la complessità. Il tutto in prospettiva dinamica, nella logica evolutiva che la rende sintesi e immagine emblematica dell’universo creato e, implicitamente, del labirinto psichico: pianeta sommerso che reca le tracce della storia umana, dalle scaturigini remote della specie alla vicenda quotidiana di noi viaggiatori presenti agli affanni quotidiani…
…Difficile sottrarsi al fascino del mito cosmogonico, di fronte alle sculture di Capotondi. Vi sono opere che esplicitamente visualizzano una sorta di cartografia celeste, un planetario di pietra. Codesta dimensione va sempre tenuta presente contestualmente a ogni considerazione d’ordine, per così dire, più empirico circa le implicazioni umane di una determinata conformazione, e più estetico circa l’autonomia dei valori formali cui infine mira l’artista. A me pare che il senso pregnante, insieme sofferto ed esaltante dell’umano, in accezione biologica e culturale ovvero antropologica, sia potentemente esemplificato nelle molteplici variazioni di quella figura tematica che Capotondi classifica nella categoria dei Disserranti. Ossia degli impianti nei quali si visualizza l’azione di un organismo vitale su una struttura oppositiva organizzata, che non è solo un deterrente statico, ma è una metafora del potere di interdizione che l’ordine costituito esercita sull’impulso trasgressivo…

1996 (“Dal dentro al fuori” catalogo mostra galleria Atelier Carrara)


 

Giorgio di Genova

1996

Il costante riferimento all’esistenza ha portato Capotondi (sempre proteso, per ripetere sue parole, a “organizzare strutture come organismi autoviventi”) in più di un caso a caricare le proprie opere di una tensionalità dinamica, che si è andata accentuando nei lunghi periodi passati a New York, città difficile, ma viva, stimolante e in continuo movimento. Tale tensionalità dinamica, quando si mantiene nel solco del discorso organico, assume ora contorsionismi interiori alla scultura stessa, che, nonostante sia di marmo, in più di un caso appare come letteralmente strizzata (serie degli Sferotesi e degli Arcotesi, ed ancora Neromutante, 1987; Ad Afrodite, 1987; Androgino, 1988; Dadentro, 1990)
Il sentimento della vita e del suo nascere e trasformarsi non poteva non aggallare dal profondo di Claudio riferimenti alla sessualità, che della vita è all’origine, riferimenti che trovano un dichiarato diapason nel connubio vulva/valve di Seme (in legno del 1974, in porfido del 1977 ed in marmo rosso del 2003) sorta di totemico monumento alla matrix dell’universo vivente.
Affidata ad un discorso irto di significati e sostrati simbolici, la scultura di Claudio Capotondi procede sicura sul tracciato dissodato dalle ricerche sviluppate in un arco di tempo di quasi quarant’anni. Il suo dire è ormai connotato ad un immaginario che sempre più ha conglobato l’organico nell’ “esprit de geometrie” al punto da rendere il respiro esistenziale congeniale alle regole della ratio costruttiva, ideativa e creativa.

1996 (‘capotondi, lo scultore degli organismi autoviventi’)


 

Mario Roffi

1993

“SCULTURA COSMICA”
E’ nota l’altissima considerazione in cui gli antichi tenevano la sfera, il solido perfettissimo e perfettissimo luogo di cerchi infiniti, forme a miriadi ruotanti su se stesse e su percorsi di cerchi senza misura nei cieli infiniti: stelle o pianeti innumerevoli di innumerevoli mondi.
Tali sfere, costrutte’in solidi durissimi marmi e pietre ad opera di Claudio Capotondi, sembrano meteoriti caduti dai cieli, talvolta rimaste pressoché intatte, talaltra crudelmente spezzate o perforate, con varchi dai buchi drammaticamente frastagliati, da cui escono chiare, fresche e dolci acque, monumentali fontane contornate da massi scaturiti da preistorici crateri,-talvolta ancora accoglienti piramidi di faraonica remota memoria, inserite in mezza sfera dai bordi scheggiati, talaltra sfera soltanto immaginata nel vuoto lasciato in un pietroso, tormentato riquadro, da cui forse fuggita per riprendere il suo cammino sempiterno in qualche corrusca cometa.
Ma ugualmente sconvolgenti sono grandi opere non sferiche o non alla sfera ispirate, come il gran marmo (cm. 110 x 110 x 170) “Ad Afrodite” o il travertino “Androgino” (cm. 60 x 220 x 240), entrambi esprimenti a un tempo il supremo gaudio e il supremo tormento dell’amore, cosmica fusione di spirito e di materia.
Né trovo, per definire, sia pure con inevitabile approssimazione, l’arte di Capotondi, nulla di più vicino alla sua segreta essenza, che chiamarlo appunto “scultore cosmico”, capace di farci sentire profondamente radicati al pianeta terra e a un tempo proiettati verso i cieli infiniti, angoscia e talvolta perfino incubo, che si sciolgono tuttavia felicemente nella dolcezza di un sogno.

1993 (catalogo mostra Horti Leonini, San Quirico d’Orcia)


 

Enrico Crispolti

1993

…Già all’inizio degli anni Ottanta mi sembrava insomma che Capotondi pensasse sì ad una energia genetica profonda, tellurico-naturale, ma non soltanto a questa desse immagine emblematica nella sua scultura, quanto spesso questa anche accogliesse entro il nuovo oggetto plastico nel preciso e specifico ruolo dialettico di vitalità espressiva della materia. La quale era, oltre che il bronzo, infatti il travertino, il marmo nero, in particolare, impiegati come materia sulla quale imprimere segni corsivi più immediati, e resa anch’essa vitale, quasi di reazione organica. E in una tale direzione ha lavorato in questi anni Ottanta fino ad una definizione più chiaramente simbolica del proprio immaginario plastico, entro la persistenza e anzi più chiara definizione di un nucleo spontaneamente duro, terreno, tipico ormai del suo far scultura. E proprio la dimensione simbolica lo ha portato a dialogare con naturalezza con remote evidenze di archetipi antropologici (riscoprendo le proprie radici etrusche). Due movimenti di configurazione simbolica mi sembrano evidenti nel lavoro di Capotondi in questi anni Ottanta. Uno mirato alla costituzione di un solido e corposo nucleo plastico genetico in espansione. E dunque a cogliere una sorta di sforzo epifanico, ma anche quasi infine fisicamente contrastato, di un nucleo centrale, originario, di energia vitale. Che Capotondi a volte finisce per definire simbolicamente in una diversità anche cromatica di materia petrosa. Un dischiudersi, una nascita, un’apparizione focale, drammaticamente presente ed esplicita. L’altro mirato invece a cogliere quasi lo sforzo di una torsione, remotamente organica, che rompa una struttura geometrica, anzi stereometrica, preesistente, attraverso un moto di torsione quasi muscolare, liberatoria…

1993 (catalogo mostra Horti Leonini, San Quirico d’Orcia – Siena)


 

Mario Lunetta

1990

…Una misura di altissimo piacere artigiano governa la metrica del ricercare capotondiano, e ne scandisce i processi sul filo di un’ardua astrazione costruttiva…
…Non di specie lirica ma strutturale, l’astrazione capotondiana elabora situazioni energetiche in dinamismo profondo, non si placa in abbandoni in cui viga il risarcimento contemplativo o il rilassamento consolatorio. Conflitto e contraddizione sono i principi forti di questa scultura: e di qui passa l’insieme delle ferite private e delle lacerazioni della storia, in un gioco serrato ad alta concentrazione drammatica, che soltanto uno strenuo controllo della forma è in grado di articolare secondo una sintesi di grande limpidezza e libertà…
…Cos’è che fa il fascino di questa scultura? Sicuramente un complesso di elementi eterocliti che giungono a sintesi stilistica non per forza di intuizione folgorante ma piuttosto in virtù di progettualità pervasa di calore sensuale. La vis biologica manifesta qui tutta la sua intelligenza, quasi si interroga sulla sua eleganza. La tensione verticalistica, rapida come una fiammata, germoglia da una sorta di polla geologica invisibile, e si articola – in una sorta di liquido ardore – in pieghe, faglie, modulazioni petalee, come di fiore implacabilmente fossilizzato nel suo splendido prorompere. Una scultura di così pura bellezza, levigata e aspra, violenta e tenera, capace di trattenere nei suoi grembi e nelle sue sfaccettature a specchio le infinite qualità della luce e dell’ombra, testimonia con straordinaria forza di convinzione poetica delle possibilità di discorso conoscitivo che ancor oggi contiene il formare plastico, quando il suo sapere specifico lavori all’altezza delle contraddizioni dell’epoca, e non ripeta in modi neoaccademici le informazioni linguistiche già fornite dalle più alte esperienze del passato…
… La drammatica purezza di Capotondi, che in “Torsiotensione” davvero spiralizza con furiosa impassibilità le libertà e le prigionie del nostro esistere: e ne fa un’allegoria vivente e al tempo stesso un’enorme infiorescenza da museo.

1990 (dal catalogo-inaugurazione Consiglio Regionale del Lazio Roma)


 

Vito Apuleo

1988

Nativo di Tarquinia e da alcuni anni operante a New York, Claudio Capotondi vive l’avventura della scultura all’insegna di una fedeltà ai materiali tradizionali…
…Ne consegue una forma geometrica sinteticamente elaborata, che -nel suo definirsi conferma l’onestà della ricerca dello scultore e la matrice stilistica che sottende le sue scelte, alla luce di un’indagine che coniuga la lezione di Brancusi con quella del futurismo.
Capotondi dunque si esprime attraverso forme archetipiche che nel gusto del primordio alfabetizzato trovano un naturale riscontro, con connotazioni, come accennavo, che alla geometria solida si richiamano. La sfera, il cubo, il cono rovesciato vanno così a formare il vocabolario delle sue similitudini, conciliandosi con quel suo procedimento plastico-volumetrico portato a realizzare una scultura progettualmente proiettata dall’interno verso l’esterno…
… Ma dove Capotondi esprime al meglio la tensione della sua ricerca, è nell’indagine sulla sfera. Una sfera al cui interno egli cerca di penetrare, sezionandola, frantumandola, fino a risorverla in quella pacata dialettica fra sistema geometrico e mistero naturale, riscontrabile in opere quali «Sferodisserrante», de! 1977, e «Sferosnodo», del 1983.

1988 (“Geometria di pietra sul prato” Il Messaggero, Roma 20 settembre 1988)


 

Mario Lunetta

1988

… davanti alle cui sculture, così “naturali” e così piene di artificio, si pensa a primo effetto a meteoriti intelligenti molto educatamente adagiatisi sul verde, per un caso dietro cui si nasconde una logica ferrea: una logica al tempo stesso limpida, inquietante e capziosa, cui non è estranea più di una valenza labirintica…
…Un’astrazione lucida e una sensualità materialistica vi scoppiano dentro, col sentimento del quotidiano ridotto/moltiplicato ad allegoria profonda dell’esistere ( e del resistere ) nella contraddizione e nel conflitto. La permanenza ormai annosa dell’artista negli Stati Uniti non ha indebolito lo spessore di questi doni, non ha intorbidato il carattere di strenua avventura laica della sua ricerca; anzi si direbbe che abbia reso più intensa la nostalgia biologica per la civiltà estetica del suo paese d’origine, e la necessità di misurarsi spregiudicatamente con la sua deflagrante compostezza…
… In Capotondi il biologico non va mai disgiunto da una fortissima tensione dell’intelligenza. Ecco perché il suo procedere “astratto” è sempre così incalzato da pulsioni, necessità e regole disperatamente terrestri. Le sue impeccabili geometrie, proprio in ragione di ciò, comunicano emozioni conoscitive che non sono di specie “angelica” ma di specie materiale, assolutamente secolarizzata. E’ il paradosso attivo di una purezza linguistica che non mette mai fra parentesi lo “sporco” e le negatività del mondo; cosicché, anche nei momenti (di grande altezza) in cui lo scultore pare volgere lo sguardo e la sapienza della sua mano a temi “universali” e “arcaici” pieni di sacralità, la purezza elegante del travertino e del marmo è attraversata crudelmente dalla consapevolezza dell’urto e della frattura.

1988 (‘Roma’, rivista )


 

Fortunato Bellonzi

1984

Motivazione: “Qualità precipua della scultura di Capotondi è la possibilità di infondere vita animata all’oggetto plastico tuttavia realizzato autonomo nei volumi rotanti, interferenti, germinanti su se medesimi: un oggetto che diventa alterità (o memoria) e immaginativa di organismi recuperati dai primordi della vita o estratti da un futuro che giace ancora in grembo a Giove”.

1984 (segnalato Catalogo Bolaffi)


 

Bruno Palmer Poroner

1984

Anatomia delle sfera
Un esempio di scultura in pietra che e’ molto diversa di qualsiasi altro lavoro esposto oggi e’ il suo Deflagrato (pag…), un’opera unica in marmo nero, che sembra penetrare una sfera, o forse sfere dentro una sfera, nel tentativo di scoprirne la natura essenziale. Nella sua scultura (esposta alla Vorpal Gallery Soho, fino al 17 novembre) Capotondi spesso esegue sezioni trasversali, tagliando dentro una sfera dopo l’altra, ciascuna indicata dalla “pelle” nera lucidata delle sue curve, ed alcune in cui i segni lasciati dallo scalpello contrastano, grigi, col nero…
… Capotondi è conosciuto per le sue indagini sulla questione della nascita, Altre opere impostate sulla sfera indicano i vari approcci di cui Capotondi si serve per esplorare la struttura base della materia (e, quindi, della vita).

L’artista come alchimista
… Capotondi ha seguito le scoperte più’ recenti nelle scienze della vita nonché’ nella fisica nucleare. Forse le sue sfere sono galassia sterminate oppure nuclei atomici, oppure tutt’e due insieme? Saranno geni o altri microrganismi? Questi sono i segreti della vita stessa, che Capotondi spera di rivelare. Come l’alchimista dei tempi antichi, egli sta trasformando la materia. L’artista e’ un alchimista in cerca della soluzione dei misteri più fitti — soluzione che non e’ altro che la magia. E per capirla ci vuole uno scatto intuitivo del pensiero.

L’Artista come mago
…Capotondi, creatore anch’egli, se ne intende del procedimento creativo e cerca di ripercorrere i passi della creazione…
…Capotondi crea e realizza in forme scolpite varie versioni di come viene formata una sfera — come un meteorite in Atomosferoide (pag…). Nel Disserrante 4 (pag…), in bronzo, vede la sfera come parente della forma biomorfica. Disserrante (pag…), in marmo bianco, comprende solo una piccola parte della sfera esteriore, permettendoci di vedere la struttura interiore. Sterosnodo (pag…)apre 1’interiore della sfera. In tutti questi lavori Capotondi dimostra il suo talento e il suo potere immaginativo con strutture di grande forza e varietà…

In ultimo
Se gli scienziati dovessero impiegare le loro grandi abilità e conoscenze per scoprire la natura fondamentale della vita — un quark, un virus, un gene, un quasar — se tutte queste intelligenze stanno compiendo indagini parallele indirizzate verso la verità’ interiore, allora Claudio Capotondi crede che lo scultore, nel campo artistico, debba condurre un indagine verso questa stessa meta. Capotondi confronta la sua materia con quella vasta comprensione del carattere della forma e con la sua acu-tissima intuizione…

1984 (Artspeak, New York 1 novembre 1984 – traduzione Dale Mc Adoo)


 

Fortunato Bellonzi

1983

Conosco la scultura di Claudio Capotondi fino, posso dire, dal suo primo chiarirsi alla mente dello scultore come problema formale inteso ad oggettivare in modi non rappresentativi, eppure sollecitati sempre dalla interrogazione della realtà, una visione del mondo nel significato originario della parola: in quanto II mondo è (o tale vogliamo che sia, per non sentirci morire in esso assurdamente), una immensa, armoniosa e amorosa energia vitale, la “macchina” lucreziana, organica e unitaria nelle innumerabili diversità dei viventi, compresevi la terra e le pietre, tutto in perpetuo moto e metafora…
… In quella scia lucreziana si colloca, come credo, l’investigazione tra sperimentale e negromantica di non pochi artisti del nostro tempo…
…Claudio Capotondi è tra questi artisti uno dei più responsabili, seri, attenti e non ripetitivi, che nell’esistente cerca, quanto è possibile agli uomini, l’orma dell’essere. Ho sotto gli occhi una sua scultura: nella interferenza dei cerchi e nell’alternanza dei piani, nell’esporsi alla luce con le lame lucide del corpo per negarla nei vuoti, quasi scheletro di stella o insegna o sigillo o dilettoso ornamento, evoca nel muoversi l’organica virtù germinante delle cose naturali, senza alla natura appartenere se non come umana addizione partecipe; un’immagine del mondo di forme che l’uomo si finge nel proprio autonomo spirito creatore, e non sai se tutte le scopra in sé o tutte fuori di sé.

1983 (dalla monografia Edizioni dell’Urbe)


 

Enrico Crispolti

1983

… Capotondi pensa sempre ad una energia genetica profonda, tellurico-naturale, e a questa non soltanto da immagine emblematica nella sua scultura, ma spesso questa accoglie entro il nuovo oggetto plastico, anche nel ruolo di vitalità espressiva della materia, il travertino, il marmo nero in particolare, impiegati come “mezzo” sulla quale imprimere segni corsivi immediati, resi anch’essi vitali, quasi di reazione organica. In tempi di crisi d’identità della scultura, Claudio Capotondi si sente invece scultore in un senso storicamente pieno del termine, come ciò propositore di entità plastiche che s’impongono anzitutto per una loro capacità di occupazione spaziale, per una loro imponente presenza,attraverso la quale comunichino un’immagine sempre direttamente rapportata alla scala umana. Presenza ponderale e immagine, insomma, nucleo plastico e termine di rapporto spaziale.
Il suo è un atto di fede nella continuità della scultura.

1983 (dalla monografia Edizioni dell’Urbe)


 

Fortunato Bellonzi

1982

… un azzardare lo sguardo oltre le parvenze per ambiziosa sete di attingere il nucleo interno della realtà, il segreto della sostanza permanente e naturante del mondo…
… in quella scia lucreziana si colloca, come credo, l’investigazione tra sperimentale e negromantica di non pochi artisti del nostro tempo, ciascuno con modi individuali, nondimeno impegnati in una ricerca comune, ardita negli esiti, ma non arbitraria né ancella della tecnologia, perché il segno è sempre significante qualcosa di altro, al di là della sua presenza semplice. E Claudio Capotondi è tra questi artisti uno dei più responsabili, seri, attenti e non ripetitivi, che nell’esistente cerca, quanto è possibile agli uomini, l’orma dell’essere…
… un’immagine del mondo di forme che l’uomo si finge nel proprio autonomo spirito creatore, e non sai se tutte le scopra in sé o tutte fuori di sé… organismi recuperati dai primordi della vita, o estratti da un futuro che giace ancora in grembo a Venere…


 

Giorgio Di Genova

1979

Tra i pochi scultori che ancora lavorano direttamente la pietra, Capotondi sin dai lontani anni del collettivo romano “II Girasole”, di cui fu uno dei fondatori, ha portato avanti un discorso che esprime il motivo della nascita attraverso il disserrarsi della pietra, creando una sorta di cosmogonia perso-nalissima, in cui le emozioni si traducono in tensioni formali astratte e i pensieri si articolano in simboli petrosi, dove l’energia della materia inorganica, in virtù dell’assorbimento della forza richiesta per essere sbozzata e definita, si vivifica senza perder nulla della sua vigorosa, e talvolta rude, materialità.

1979 (segnalato Catalogo Bolaffi)


 

Mario Lunetta

1978

… Uno dei dati di più costante emergenza nel lavoro di Capotondi è, così, l’accanimento feroce di una sorta di viaggio minerario, di una discesa alle Viscere che trova la sua forza (continuamente) superflua nella sua impossibilità a cessare. La mèta, il Punto d’Incontro è sempre più giù, in zone sempre più infere, nell’onda catramosa e magmatica in cui la cellula prende faticosamente forma di feto, in un terrificante sforzo di liberazione. Ecco allora, che la mèta, o il Punto d’Incontro, smettono di esistere: sostituite, nella coscienza e nella mano definitivamente laiche di Capotondi, da una serie di Punti di Scontro lucidamente, direi scientificamente previsti e controllati pur nella spazialità visionaria e metamorfica in cui si muove la sua scultura. La prova quanto si voglia “magica” ma non per questo meno tangibile, è proprio nel rapporto perfino brutalmente aggressivo che l’artista intrattiene con la sua materia, o con le sue materie: e che funziona non per aspirazione alle Altezze ma per attrazione verso le Profondità. Per questo scultore, insomma, il cielo non esiste: nel senso che non esiste lo spazio vuoto. Capotondi agisce sempre, con dura ed energica maestria, all’interno di una serrata topografia di pieni, in una giungla di volumi, di masse, di corpi solidi. È il segno più durevole della sua natura di scultore non pittoresco e non atmosferico: e, ancora, il nucleo resistente di un’arte conflittuale, mordente e “calda”, regolata da una sapienza stilistica congelata e “classica” che non teme, quando che sia, di affermarsi orgogliosamente…
…Perché la forza di quest’arte sta proprio nel fatto che la propria autonomia linguistica riesce a provocare intensamente le altre autonomie del mondo, le altre separatezze del reale: producendosi insomma, grazie all’altezza della propria qualità formale, come deflagrante non solo verso il microcosmo della scultura ma verso il macrocosmo del Molteplice. È una lava, quella cui Capotondi da forma, che non è mai completamente raffreddata. La sua incandescenza può spesso travestirsi da innocua, placata pietrificazione: ma la sua carne liquida continua a bollire a temperature elevatissime. Attenzione all’inganno, quindi. Allo stupendo inganno di Maestro Claudio. Alla sua gentilezza. Al suo candore. Attenzione alla sua intelligenza.

marzo 1978 (monografia Marte Editore)


 

Lorenza Trucchi

1976

Claudio Capotondi conferma in questa personale alla “Due Mondi”, che sintetizza cinque anni di intenso e proficuo lavoro, le sue non comuni qualità scultoree. Capotondi affronta la materia con vigorosa energia, cercandone e stimolandone le qualità anche più segrete. Da qui una certa varietà (non incoerenza) formale che caratterizza la sua produzione e, di conseguenza, il modo diverso di manifestarsi (ora accentuandosi sino ad una evocazione erotica, ora decantandosi in equilibrati ritmi astratti) di quella organicità allusiva che mi pare sia un pò la maggiore costante di questa scultura, capace di mantenere anche in opere di piccola dimensione una forza monumentale.

1976 (Momento sera)


 

Giuseppe Marchiori

1972

Molti pensieri di Capotondi hanno avuto nelle opere una dimostrazione puntuale nel corso di alcuni anni, che sembrano rivelare il senso dell’ “avventura plastica” dello scultore, nello stretto rapporto fra la “dinamica interna” e l’ “evoluzione spaziale”. Capotondi è impegnato in un discorso difficile, che si svolge in una continua “esplorazione della forma alla ricerca della sua tensione interna” e un primo risultato, al di fuori di una genesi di carattere informale si compie nel “Trasmutante” in pietra del 1969. In questa scultura, Capotondi ha trovato la dimensione più vera, ha fissato quel “frammento di verità” che egli andava cercando, rivelato dall’ultima e più concreta metamorfosi delle forme in moto.

1972 (Catalogo Bolaffi Scultori)

 


 

Enrico Crispolti

1971

… L’origine immaginativa della scultura di Claudio Capotondi è di un’organicismo umano, e direi anzi umanistico, assunto come nucleo plastico centrale ed elementare, denso di vitalità …
… Ancora un’emblematica di condizione di doloroso conculcamento, ma non più ancorata ad un dato organicistico quasi descritto: diciamo pure alla riassunzione embrionale dell’immagine umana. “Trasmutante”, del ’69, è il maggior raggiungimento di questo momento, che è immediatamente a ridosso degli esiti più recenti, e per certi aspetti più sciolti ed articolati, cioè ulteriormente caratterizzati. Queste prove più recenti esibiscono una disinvoltura nuova sul piano dei modi di simbolizzazione figurale. II dato organicistico resta un presupposto indiretto – il che non vuoi dire affatto non operante-, piuttosto che diretto; e tende a riproporsi in un’emblematica di più ampie possibilità allusive, ove naturalità e psichismo si combinano, nel tratto di forme nuove, inventate, dinamiche con una loro rinnovata eppure nuovissima prepotenza barocca, di torsioni, di protrusioni, di flessioni. A questo punto mi sembrano indicative alcune delle righe, aforistiche ma certo di diretta confessione, che Capotondi inserisce in questo catalogo. Per esempio: “Cerchio e sfera come simboli placentari di una condizione preumana”; ove si avverte non solo il senso, che può essere abbastanza ovvio, di quelle ovularità o valve che si aprono, come in “Metamorfosi” o in “Svalvato”, del ’69, ma anche il senso appunto di quel cerchio che circoscrive la spettacolosa esplosione a stella di “Biogonica”, del ’70, forse la più affascinante fra queste sculture di Capotondi. D’altra parte in quest’ultima c’è qualcosa che preme, in lontano avviamento organico, dall’interno, che piega la superficie …

1971 (dal Catalogo Mostra Galleria Due Mondi, Roma)


 

Giorgio Di Genova

1965

… Il grande dramma dell’uomo contemporaneo riecheggia per Capotondi un pò quello di Icaro. Come il mitico personaggio, imprudentemente insuperbita per le sue possibilità scientifiche e tecniche, l’umanità d’oggi rischia di spingersi troppo in là e di causare la propria rovina con gli stessi strumenti del suo progresso . Irretito in questo drammatico circolo chiuso, l’uomo odierno rimane irrealizzato, non riesce a svilupparsi, anzi regredisce quasi ed appare come un grande feto, nuova deforme creatura primordiale che richiama le mostruose nascite in certi luoghi già verificatesi a causa delle radiazioni atomiche. In balia dei terrori da lui stesso creati, raggomitolato su se stesso in atto di vana difesa e contemporaneamente di attesa che la crisalide che lo imprigiona si apra …

1965 (dal catalogo della personale alla Galleria Girasole Roma)